Raffaele Laporta insegnò discipline pedagogiche a Cagliari nella metà degli anni Sessanta, con un già ricco bagaglio di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto noto per La comunità scolastica (1963) ; verranno successivamente La difficile scommessa (1971) e L’autoeducazione delle comunità (1979). Con Cagliari, dopo il trasferimento a Bologna, a Roma e infine a Chieti, il pedagogista abruzzese mantenne ottimi rapporti e non mancava di partecipare a convegni, seminari e giornate di studio. Uno tra i più prestigiosi pedagogisti laici italiani della seconda metà del Novecento, rara avis – come dice Antonio Santoni Rugiu – per umanità, intelligenza e lealtà.  Un pedagogista non routinario” l’aveva definito il ministro della Pubblica istruzione Tullio De Mauro. Assieme a studiosi del calibro di Alberto Abruzzese, Paul Ginsborg, Nicola Tranfaglia, Alberto Asor Rosa, Umberto Eco, Claudio Magris, proprio De Mauro l’aveva voluto nella commissione istituita per studiare il riordino dei cicli scolastici. Innumerevoli gli incarichi accademici che Laporta aveva rivestito nella sua lunga e brillante attività di studioso. Firenze, Cagliari, Bologna, Roma, le principali mete, prima di concludere nel suo Abruzzo, a Chieti, nella facoltà di Lettere della d’Annunzio la sua avventura di docente,fondando l’Istituto di Pedagogia e Psicologia nel 1982 e ricoprendo l’incarico di PRESIDE della facoltà di Lettere e Filosofia.  Laporta è scomparso nel 1990 l’Associazione Scuola Cultura ed Arte e la rivista abruzzese “Il Monitore” gli intestarono il Premio nazionale di Pedagogia.


 Un genio per maestro nella scuola di Berlinguer

da  Il Centro del 25/mar/98 (autore Raffaele Laporta)

Il  ‘900 e la cultura classica
I milleduecento insegnanti, che rifiutano di dedicare l’ ultimo anno di studi secondari alla storia del ‘900 rivendicando i diritti della storia greco-romana e del mondo medievale, trascurano forse ingiustamente l’ incremento della cultura greca e latina nella scuola dell’ obbligo previsto nella proposta di programmi scolastici stilato da uno scelto gruppo di esperti e illustrata dall’ onorevole Berlinguer giorni fa ai Lincei. Sulla proposta è ancora difficile dare un giudizio. Se qualcuno ascoltandone i criteri l’ hanno definita “un libro di sogni” avrà magari le sue ragioni; comunque essa ricompenserà certo anche la storia del ‘900, e la disobbedienza dei Milleduecento è forse prematura; le loro critiche potrebbero trovar posto nella discussione con “il mondo della scuola e delle ricerca” che il Ministro sta preparando intorno al progetto. Ma semmai è su tutto l’ insieme che sembra lecito qualche dubbio.

Il dubbio

Il dubbio più sero è vecchio e stagionato, e riaffiora e cresce ad ogni levar di programma scolastico: come offrire nella scuola un quadro organico di cultura che rifletta interamente la realtà culturale della società ? Il sapere cresce moltiplicandosi senza tregua, gli eventi che ci riguardano non sono più ristretti all’ Occidente ma han luogo in tutto il mondo, il nuovo “villaggio globale”. Se cent’ anni fa insegnare ogni aspetto della cultura era già difficile, come riuscire a farcela oggi?

Si diceva una volta che occorreva limitarsi all’essenziale: oggi il ministro parkla di “nuclei fondanti” delle singole discipline e anche di “ampie griglie di saperi” . Le difficoltà però sono sempre nate nell’ impresa di definire l’ essenziale, i nuclei, le griglie, e non sono difficoltà da poco: provare per credere. Un tempo una scappatoia c’ era perchè molte materie si assegnavano solo ad uno o ad un altro tipo di scuola : nei licei-ginnasi molto greco e latino, molta storia, filosofia, letteratura ed arte, emolto meno matematica e scienze; nei licei scientifici niente greco, na o due lingue straniere, meno filosofia e più scienze; nei magistrali meno lingue e un po’ di pedagogia, negli istituti tecnici niente latino, greco, filosofia , poca storia e letteratura e scienze e molte materie tecniche; fino agli istituti profesionali in cui tuta la “cultura generale” si riduceva alle 9-10 ore settimanali, ed il resto era tecnica. Le differenze però sono andate sempre più riducendosi, non tanto sulla carta quanto nella pratica delle innovazioni sperimentali. Nel riordino dei “cicli scolastici” proposto dall’ attuale ministro la riduzione è ancor più radicale: le differenze definitive (poche) sarebbero limitate quasi tutte all’ ultimo triennio di studi. E anche nella nuova proposta i programmi non sembrano differenziarsi più molto per tipi di scuola.

Il problema , il genio e l’ autonomia
Il problema di insegnar tutto a tutti si complica se si pensa al tempo che la scuola ha disponibile. Il ministro dice che essa deve aver  ” l’ ambizione di saldare il passato col futuro” : un passato ogni giorno più lungo e affollato, una saldatura sempre più complicata, per la quale il tempo è stato sempre troppo poco. Ma l’ onorevole Berlinguer prevede ” meno discipline meno ore”. Quale genio didattico risolverà il problema di insegnare una cultura crescente riducento le materie ed il tempo per insegnarle?
Se un genio ci sarà, se emergerà nella grande discussione nazionale sul progetto , previsto con gli insegnanti e il “mondo della ricerca” (solo i primi, circa ottocentomila teste), avrà comunque un bel da fare.
Chi ha seguito le diatribe nate da ognuna delle proposte fatte finora dal ministro immagina facilmente il pandemonio che seguirà se l’ invito a discutere sarà preso sul serio.Nessun genio potrà controllarlo.
Da qui un altro dubbio: come si riuscirà a trarre un senso comune dal pandemonio? Certo, a non andar per il sottile un documento ministeriale si può sempre tirar fuori da qualunque groviglio di idee. Ma il ministro si cautela aggiungendo che la incombente autonomia scolastica autorizzerà ogni scuola a interpretare autonomamente il progetto. E allora non sarebbe meno retorico e più sensato accontentarsi di esso, come  è stato già stilato dal qualificato gruppo di esperti? Ognuno poi autonomamente l’ accetterà , lo modificherà o magari lo rifiuterà: come già stan facendo, in anteprima sull’ autonomia, i milleduecento professori di storia.


Obbligo a 16 anni: riforma a metà

da  Il Centro del 26 maggio 1998  (autore Raffaele Laporta)

Sintesi di una lunga storia
A scuola fino a 16 anni. Si incominciò a parlarne nel 1962. Si trattava di prolungare la scuola media in un biennio successivo il più possibile unico, ma non si poteva far questo senza occuparsi di tutta la secondaria superiore. Il primo progetto di legge in materia è del 1967. Nel 1970 un convegno fra esperti italiani e stranieri generò un dibattito che poi nel ’71 una proposta di legge quadro.
Nel ’72 si ebbe un progetto di legge PCI, seguito da un altro DC nel ’73. Poi nel ’75 si aprirono le cataratte: tutti i partiti presentarono un loro èprogetto a cui se ne aggiunse un altro, per unificarli. Nel 76 intervenne il Governo con un proprio disegno di lege, poi riveduto nel ’77, in mezzo ad un nuovo grandinare di progetti di partiti. Nel ’78 nacque una proposta PSDI-PCI intorno a cui se ne intrecciarono altre di ogni parte politica e sociale, Non se ne fece nulla, e si ricominciò da un progetto PSI_PRI che stazionò alla Camera fino al 1982, mentre nel 1983 l’ opposizione presentò un  progetto suo. Ad essi seguirono due proposte, palleggiate fra i partiti ed abbandonate nel 1984 per un nuovo progetto del PLI a sua volta rimaneggiato da varie forze politiche, e abbandonato nel 1985: era stato il massimo sforzo per una “grande riforma”, nessuno ebbe la forza ( o la faccia) di fare subito nuove proposte.
Il prolungamento dell’ obligo fu incluso negli anni successivi in alcune proposte di legge parziali; poi tornò a far parte nel 1986 di un nuovo disegno di legge -quadro, prsto fallito. Intanto riprendevano fiato le forze politiche. Nacque un nuovo progetto del PCI , aggiornato nel 1987, seguito nel 1988 da proposte della DC e del PRI : tutti regolarmente estinti. Si tentava intanto una rifoprma di fatto attraverso i programmi di insegnamento; essa, affidata nel 1988 ad una commissione rimasta operante fino al 1993, ha dato luogo a estese sperimentazioni: unico segno di riforma effettiva fino ad oggi. Nel 1990 intanto una conferenza nazionale sulla scuola produceva un articolato legislativo approvato solo in Senato nel 1993, per fine legislatura.
Gli ultimi due tentativi risalgono uno al 1994, e l’ altro al 1996: e’ il ben noto disegno di legge di riordino dei cicli scolastici dell’ attuale ministro del 1996, il quale si e’ scavalcato da solo in questi giorni, facendo approvare dal Governo la sola estensione dell’ obbligo ai 16 anni, fuori di ogni riordino  ( in contrasto appunto con la  previsione del disegno di riordino dei cicli che fissa l’ obbligo fino a 15 anni N.d.D. ).

Incapacità a decidere?
Questa è la storia : trentaquattro anni di dibattiti, una quarantina di conati legislativi per nove legislature.E’ il segno di un ‘incapacita’ di decisione politica, come scriveva uno studioso della questione una decina di anni fa ? La non decisione non era solo incapacita’: dipendeva dagli inestricabili conflitti fra interessi politici, ideologici, culturali, sindacali, corporativi di cui la classe politica era ed è portatrice . Si può credere che oggi una decisione improvvisa sul biennio abbia sciolto tutti i conflitti? Essa segnala piuttosto l’ apparire di un “fattore E” ( E  per Europa) : il Portogallo ha esteso l’ obbligo scolastico, lo facciamo anche noi.

Il fattore E ( + la C.E.I. ?)
Giancarlo Lombardi, ex ministro della pubblica istruzione dichiara alla stampa che questa riforma è ” inaccettabile, incredibile, vergognosa, disastrosa, folle” ; nasce dalla ” paura di restare in compagnia della Grecia” , e da un baratto fra laici e cattolici : ” voi appoggiate la riforma Berlinguer, noi l’ aiuto economico alle scuole non statali “. Lombardi , profeta del cardinal Ruini.
Se il fattore E funzionerà chi andrà ad insegnare ai cinquantamila nuovi studenti previsti (magari un po’ meno, con l’ evasione in atto ) ? Chi guadagnerà e chi perderà il posto di lavoro con il rimescolio degli insegnamenti ? Come si potrà accordare di colpo la unitarietà fondamentale del biennio con la varietà degli studi ulteriori e gli ideali e gli interessi che quelli rappresentano ? Come si concilierà il conflitto fra il biennio unitario e la formazione professionale regionale già operante in esso ? E quello fra lo Stato laico e la scuola cattolica ? Funzionerà il fattore E in Parlamento, decretando d’ urgenza vinti e vincitori di questa specie di guerra dei trent’anni di cui abbiamo riasunto le battaglie? Aspettiamo le risposte. Ci dicevano che l’ ingresso in Europa avrebbe portato in Italia lo spirito di serietà della vita civile e politica europea. E’ questa la serietà?
Domanda essenziale: il Parlamento una risposta la dovrà dare.


Docenti e Circolari Ministeriali: i buoni maestri possono anche cestinarle

da  Il Centro del 18 agosto 1998  (autore Raffaele Laporta)

I maestri significativi…..

Un mio amico , direttore di un’antica rivista per la scuola, sta conducendo un’inchiesta fra quanti fanno il nostro stesso mestriere su figure di insegnante elementare che <siano state significative per la nostra formazione> . Gli ho risposto così : da bambino non ho avuto insegnanti elementari; esisteva ( e forse esiste ancora) una norma sull’ adempimento dell’ obbligo scolastico che sostituiva alla scuola pubblica la “scuola paterna”  (ora  l’ art. 11, comma 2 del T.U 297/94 lo consente ai genitori che dimostrano capacità tecnica ed economica N.d.D.) ;
il che voleva dire per me approfittare di tutte le occasioni familiari per imparare a leggere e a scrivere; e sul mandare a memoria le tabelline la famiglia era inflesibile.
Al resto provvedeva la biblioteca di famiglia. La scuola elementare si materializzò una sola volta per gli esami d’ obbligo, e mi divenne familiare solo con il ginnasio inferioire ( la scuola media unica di allora, provvista di latino ).

….li ho avuto da grande

Di insegnanti elementari ne ho avuti solo da grande. Li incontravo in occasioni in cercavano di mettere in comune le proprie esperienze e le proprie letture, per aiutarsi reciprocamente a diventare un po’ più bravi. Erano molto diversi da quelli dei libri di pedagogia che avevo studiato, e anche dai ritratti ideali di un loro grande estimatore come Giuseppe Lombardo Radice: più modesti ma più vicini, più reali.

Il loro fascino

Non risolvevano, come nei libri, tutti i problemi didattici : di problemi ne avevano tanti, e poche soluzioni; ma le soluzioni le cercavano insieme, e qualche volta ne trovavano di buone. Il loro fascino stava prorprio in questo cercare e (qualche volta)  trovare, e la la loro prima lezione inconsapevole era che non si possono capire le grandi teorie dell’ educazione senza aver prima capito come è fatto il lavoro quotidiano in una classe : anzi, senza aver provato a farlo, in molte classi e in molte situazioni e occasioni differenti. Da loro imparai anche che in molti casi, quando si è lavorato insieme, discutendo di alunni, di libri e lezioni, di orari e tecniche didattiche, di risultati buoni e cativi, una teoria dell’ educazione non serve più a molto: servono certi modi di maneggiare le esperienze, di analizzarle, di cavarne qualche regola generale. Poi. molto poi, per collocare tutto questo  nel quadro di una cultura, della sua storia, si può ricorrere alla pedagogia e atutte le sue teorie.

L’ estratto di maestro

Potrei fare i nomi di queste maestre e maestri: molti scomparsi, qualcuno ancora vivo. Ma non potrei sceglierne uno, o due , o tre.
La mia immagine di insegnante elementare li comprende tutti: è in un certo senso un estratto di maestro. Certo, la materia prima dell’ estratto è di quella migliore, di persone ricche di fervore, inventiva, senso pratico, di intelligenza degli altri, e in particolare di quella dei bambini: una immagine che ne sovrappone tante; qualcuna molto colta, allieva di grandi figure dell’ educazione, qualcun’ altra mai uscita dalla sua scuoletta di paese, tranne che con l’ immaginazione sollecitata dalle letture.

La lezione

Forse la lezione più importante ricevuta dal mio estratto di maestro sta nel tenere a debita distanza le disposizioni, le norme, le “direttive” pedagogiche rovesciate nella scuola dalla gerarchia amministrativa. Una volta si parlava in proposito di libertà didattica degli insegnanti (vedi la Costituzione, art. 33, riscritta dagli alunni di 4^ e 5^ elementare), oggi si potrebbe parlare di autonomia delle scuole. Non dico di ignorarla, tutta quella roba, ma di passarla all’esame della propria esperienza sì, e di evitarla motivatamente quando non si innesta in essa.
Se chi manda le “direttive” fosse addestrato dagli insegnanti a riflettere sulle loro osservazioni e a tenerne conto, sotto pena di essere cestinato, da una collaborazione del genere nascerebbe una didattica valida molto più di quella dei libri: perchè riuscirebbe ad essere una specie di sintesi fra concetti in molti casi validi solo in astratto ed esperienze in molti casi sufficienti a renderli concreti, con gli aggiustamenti necessari.
So benissimo che i maestri  non sono tutti tanto bravi da imporre un tale esercizio a chi li conosce solo da lontano, e da lontano vuol dirigere la scuola. Ma di bravi, di veramente bravi, ce n’è parecchi.I miei maestri erano così. Io sono stato fortunato: sono stato educato bene.


IL COMMENTO

Dando atto al prof. Laporta di aver messo il dito su  UNA “piaga” di non facile guarigione, voremmo risalire di un gradino la “gerarchia” della “bravura” per suggerire , insieme all “estratto” di maestro, anche l’ uso del  “concentrato” (magari doppio) di Direttore didattico, e, perchè no? anche di Preside. E sì, perchè il rimedio  dell’ estratto, secondo noi,  non vale solo per la scuola elementare, ma per tutti gli ordini e gradi di scuola, compresa  l’ Università. Personalmente possiamo dire , senza presunzione, ma con orgoglio, che durante la nostra attività di Direttore abbiamo  sempre cercato di evitare la diffusione di “direttive ” e circolari inutili, se non dannose. Se gli attuali nuovi Dirigenti si impegnassero non a copiare e trasmettere senza alcun commento le Circolari ministeriali e provveditoriali , ma a leggerle con occhio professionale scartando tutto il non necessario e assumendosi le responsabilità connesse, anche di fronte alla gerarchia , il problema posto dal prof. Laporta perderebbe molto della sua drammaticità. Ma dove sono i Dirigenti disposti a gestire la vera autonomia nella e della scuola?
Non per niente la tanto sbandierata autonomia  è solo virtuale:  ciò che ora si autorizza con enfasi  era, di fatto,  già possibile dal 1974 utilizzando bene i Decreti delegati.( N.d.D.)


 Il difficile tempo dei ragazzi

da  Il Centro del 12 settembre 1998  (autore Raffaele Laporta)

RIENTRO SEMPRE IN “CRISI”
Per il rientro degli studenti a scuola arrivano messaggi di auguri dal Presidente della Repubblica e dal Ministro della Pubblica Istruzione, perchè è di auguri che la nostra scuola ha sempre bisogno. Auguri anche da noi. Basteranno a sanare i suoi guai?  Al rientro ogni anno la scuola è nella solita “crisi”: con in più nuovo ordinanze, direttive e circolari ministeriali e con le solite riforme in corso.

OBBLIGO : 15 O 16 ?  CHI PUO’ DIRLO?
Quest’anno è in corso la riforma dell’obbligo. Un doppio corso: un disegno di legge del ministro prevede l’obbligo dai cinque ai quindici anni, con un generale sconvolgimento della scuola materna, elementare, media e secondaria; un altro disegno di legge dello stesso ministro, più urgente, prevede l’obbligo dai sei ai sedici anni (ridotti poi d’urgenza a quindici). Difficile dire se uno dei due arriverà in porto perchè – urgente o no – finora in trent’anni nessun disegno di legge in materia c’è arrivato.

L’EUROPA E NOI
Il prolungamento della scuola dell’obbligo è un portato dei tempi nuovi, e tutta l’Europa ha risolto il problema di accordare con essi le sue tradizioni scolastiche. Noi, no. L’Europa aveva interesse al risanamento delle nostre finanze, e ci ha obbligati a risanarle. Ma non ci obbligherà certo al miglioramento delle nostre scuole: quanto meno migliorano tanto più i nostri giovani resteranno indietro ai giovani europei nel trovar lavoro. Nessuno ci fa fretta. Speriamo che ci pensino gli studenti, che ne hanno tutte le ragioni.

NUOVI MOTIVI PER PROTESTARE
Le agitazioni degli studenti ormai sono quasi una tradizione: dovrebbero far parte della programmazione scolastica e dei progetti di istituto. Quest’anno, a parte la questione dell’obbligo, ci sarà da contestare il nuovo statuto delle studentesse e degli studenti? Non posso entrar nella loro pelle, perciò non entro nel merito. Staremo a vedere.
Sarà forse più difficile decidere un’eventuale agitazione sul nuovo esame di stato che vorrebbe esser più serio dell’attuale, ma sembra soltanto più confusionario. Leggo che ogni studente candidato riceverà una guida al nuovo esame, più un “manuale d’uso” con allegati i testi di legge e i regolamenti: un esame con le istruzioni per l’uso. Finora si studiava “per” l’esame, ora si studierà anche l’esame. Leggere istruzioni, capirle studiando leggi e regolamenti equivale a studiare unanuova materia opzionale: è una novità buona o cattiva? Quanto alla famosa prova dei quiz, gli insegnanti avranno a disposizione, dice il ministro, un “volumaccio” con tutti i quiz, in prima visione, per addestrare gli studenti. La commissione poi dal volumaccio dovrà scegliere i quiz per l’esame: avendo la metà dei membri interni, indovinate quali sceglierà? Perciò, sull’esame di stato, agitarsi semmai solo con cautela.
Non vorrei passare per sobillatore di studenti. Ma non avranno niente da dire sui libri di testo? E’ una questione che si presenta già prima di entrare a scuola, e si sta cercando di risolverla nei mercatini. Ma i mercatini non forniscono gli “aggiornamenti” dei manuali. Gli aggiornamenti son necessari: sono un segno dei nostri tempi veloci, in cui la cultura cambia continuamente, e la globalizzazione ci obbliga ad occuparci delle faccende di genti e paesi di cui non ci importa niente. Così, se non ci pensa la scuola devono essere i padri ad aggiornare i figli, e spiegargli che se la borsa di Hong Kong crolla c’è il caso che qualche padre debba chiudere la sua borsa ai figli che vi attingono. E se la guerriglia algerina sfascia qualche gasdotto, a qualche madre di casa nostra diventa più difficile cucinare.

EDUCAZIONE CIVICA E GIORNALI
Ma è necessario per questo aggiornare i manuali? Io che non vado più a scuola, sono aggiornato anche senza: compro giornali. Se si vogliono aggiornare gli studenti basta dirgli di portare in classe ogni giorno da casa i giornali del giorno prima. La lettura critica dei giornali fa capire la vita di fuori scuola, e capire la vita di fuori scuola coincide con l’educazione civica (se i ragazzi in casa di giornali non ne trovassero, l’educazione civica andrebbe insegnata ai genitori).
Gli insegnanti, i genitori: parlando degli studenti penso anche a loro. I ragazzi crescono in fretta: son bambini nella scuola elementare e media. Cambiano voci e forme, e sono già studenti nella secondaria. Non si fa in tempo a conoscerli, e già son diplomati. Vivono in tempi difficili, e li soffrono senza saperlo anche quando cantano, ridono e corrono sui loro motorini. Devono prepararsi a un futuro di cui nessuno può saper niente, perchè saranno loro stessi, questi ragazzi, a costruirlo nel bene e nel male. E niente è più difficile che preparare il proprio futuro senza nessuna esperienza del passato. Il loro passato siamo noi. Aiutiamoli.


IL COMMENTO (13 settembre 1998 non firmato)

Una strana quanto felice e gradita coincidenza ci consente di mettere a confronto due richieste di aiuto a favore di ragazzi e giovani studenti.
La settimana scorsa l’ Ispettore Giancarlo Cerini ha messo in rete, sulla mailig-list curata da Educazione e Scuola http://www.edscuola.com),  una proposta (“Meno ai padri,  più ai figli: proviamoci”) mirata a chiedere al Ministro Visco di non restituire  la eurotassa ma di  utilizzare i tremila miliardi di rimborso al miglioramento e/o creazione di attività socio-culturali e di assistenza ai giovani nonchè di  strutture e servizi scolastici per i quali lo Stato non riesce a trovare i fondi necessari. L’ idea è nata , indubbiamente, anche dalla naturale propensione dei genitori a sacrificarsi per i figli. In questo caso il sacrificio sarebbe  dato dalla rinuncia dei padri ad una somma imposta e trattenuta in maniera quanto meno non gradita , purchè utilizzata con vincolo di destinazione. Ma chi può garantire, seppur possibile, la richiesta di destinazione vincolata? Per quanto ci riguarda abbiamo “replycato” dichiarando la nostra contrarietà all’ iniziativa di un comitato “anti-rimborso” sulla base di specifiche motivazioni. Si tratterebbe, in ogni caso, di un aiuto che dovrebbe confidare  su interventi esterni che appaiono escludere l ‘ apporto culturale e personale diretto di genitori e docenti a favore di una delega in bianco ai terzi preposti a far funzionare servizi e strutture.
Di natura diversa, invece, ci appare l’ appello del prof. Laporta il quale propone di aiutare i giovani mettendo a loro disposizione l’ esperienza degli adulti (genitori e docenti). Si tratta, a nostro avviso, di una disponibilità verso i giovani , a cominciare dai propri figli, che non ha bisogno di speciali strutture e servizi sociali, poichè questi, dove esistono,  hanno dimostrato spesso di esistere solo per se stessi, e per autoconservarsi.
Ci sono certamente le eccezioni date proprio da quei casi in cui si sono combinati strutture e disponibilità adulta.
L’appello, dunque, ci sembra rivolto non solo  ai genitori coscienti del proprio ruolo, ma soprattutto ai docenti chiamati, ove necessario ed opportuno, a trascurare libri e Circolari  per impegnare la propria esperienza di adulti come base per il futuro dei giovani.
Per chiudere un nostro appello ai due esperti: apriamo un dibattito sulla questione. Il coinvolgimento della scuola non mancherà. (N.S.)


I Cattolici italiani ed il senso dello Stato

da  Il Centro del 28 ottobre 1998  (autore Raffaele Laporta)

Scalfaro e la Citta’ del Vaticano

A bocce ferme e a menti riposate si puo’ riflettere sull’aspetto che più di ogni altro ha suscitato dibattito nella conclusione della vicenda governativa: la designazione del segretario di un partito ex-comunista a presidente incaricato. Qui non e’ in discussione la scelta del Presidente della Repubblica, costituzionale e obbligata, ne’ il milione di ” no ” raccolto in piazza contro di essa, formalmente legittima. Si discutono le reazioni pervenute da uno “Stato amico” che abbiamo in casa: lo Stato della Citta’ del Vaticano.
Va riconosciuto alla stampa della Cei almeno il merito di non considerare “clandestino” il nuovo governo, come altre forze di opposizione. Quel che si puo’ discutere e’ il suo giudizio: D’Alema e alcune delle forze che lo appoggiano sono stati comunisti; e qualcuno in esse dice di esserlo ancora. Non si doveva chiamare D’Alema a governare il Paese, anche se raccoglie una maggioranza in Parlamento.
Secondo quella stampa queste critiche non erano ideologiche, ma “laiche”. Forse e’ così: in queste occasioni si deve accettare il fatto che il regime liberaldemocratico e’ tale che anche chi non lo condivide puo’ utilizzarne i vantaggi. Andrea Riccardi, fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio, ha scritto: la Chiesa vive a suo agio in un regime liberaldemocratico, ma non e’ divenuta liberaldemocratica nella sua vita interna : Intransigenza e modernità. ( La chiesa cattolica verso il terzo millennio, Bari, Laterza, 1996). Ci sono pochi dubbi che la Cei faccia parte della vita interna e non liberaldemocratica della Chiesa, e che le sue critiche al Presidente della Repubblica nascano in quella. Ma e’ anche vero che un vescovo cittadino italiano nella nostra liberaldemocrazia può chiamarsi “laico” quando porta quelle critiche in Italia.
In questa occasione la Chiesa pero’ e’ andata più in la’. L’Osservatore romano, ha criticato il Capo dello “Stato amico” nel medesimo tono. L’Osservatore non e’ un giornale italiano, e’ voce autorevole e autorizzata dello Stato della Citta’ del Vaticano. Ha trodotto la critica cosi’: “A cinquant’anni dalla sofferta vittoria della liberta’ e democrazia contro il comunismo, il capo dello Stato affida il preincarico a un uomo dell’apparato dell’ex Pci”. Vien da domandarsi: vittoria della liberta’ e della democrazia, dove? nella Città del Vaticano? No, li’ vige la teocrazia. Il Capo dello Stato: quale? il Papa? No: il “Capo dello Stato” per l’Osservatore e’ quello di un altro Stato dell’Italia.

Ingerenza negli affari di altro Stato ?

Come si spiega questa ingerenza contraria al diritto internazionale nella politica dello “Stato amico” ? Si spiega con una dottrina millenaria che di questi tempi e’ riassunta cosi’: ” La sovranita’ civile e’ stata voluta dal Creatore perche’ regolasse la vita sociale secondo le prescrizioni di un ordine immutabile nei suoi principi universali” : di quest’ordine e’ interprete la Chiesa, poiche’  “non e’ chi non veda come l’affermata autonomia assoluta dello Stato si pone in aperto contrasto con questa legge immanente e naturale ” (Pio XII, Summi Pontificatus).
Percio’ mentre lo Stato nei rapporti con la Chiesa deve rispettare i Trattati che li regolano (e la Chiesa di recente li ha fatti valere nei confronti di un cardinale inquisito dalla giustizia italiana), per essa quei patti in certi casi non valgono: il Presidente della Repubblica italiana certe cose non deve farle.
La risposta del Presidente percio’ e’ stata esemplare. Lo e’ stata soprattutto per tutti i cattolici italiani. Per chi creda nella laicita’ dello Stato la risposta non puo’ essere che quella della Costituzione: ” Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ognuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani “: il Capo dello Stato che designa un presidente del Consiglio e’ indipendente e sovrano. Chi non lo capisce non ha il senso dello Stato.

Scuola e senso dello Stato

Per molto tempo i cattolici sono stati accusati di questo: non hanno il senso dello Stato, credono di poterlo sottomettere al magistero della Chiesa. Per fortuna questo non e’ sempre vero: sono ormai molti i cattolici osservanti che, messi dalla fiducia popolare a maneggiare i meccanismi della Costituzione, ne hanno assimilato la logica e i principi: ne sono stati e ne sono gli interpreti e i difensori, talvolta a prezzo della vita, come Moro e Bachelet. A costoro, sereni custodi della pace fra Stato e Chiesa, vanno rivolte gratitudine e speranza. Quando saranno divenuti maggioranza fra i cittadini cattolici e ad essi saranno affidate le loro scuole, forse un nostro storico problema sarà risolto.


I Governanti ed i Governati: leggere e scrivere a chi serve?

da  Il Centro del 10 novembre 1998  (autore Raffaele Laporta)

Politici,  giornali e lettura
Un parlamentare di mezzo secolo fa incorso in una disavventura giudiziaria, nonostante questa, tentava ancora una volta le vie del Parlamento. Un amico gli domandò come pensava di giustificare con i suoi elettori le imputazioni riportate dalla stampa. Lui rispose con orgoglio: i miei elettori non leggono i giornali. Oggi come oggi, una risposta sbagliata: gli elettori le notizie le trovano in televisione e non si può sempre distrarli con le partite di calcio. Da questo punto di vista gli elettori sono meglio protetti, sempre che la televisione non sia controllata proprio da chi ha le disavventure giudiziarie. Ma quel che ci interessa qui è la lettura. Sulla stampa tempo fa si è svolto il solito dibattito: in Italia si legge poco. Questa volta si discuteva sui giovani, forse perché si dava per scontato che con gli altri non c’è più niente da fare.
L’ intervento di Berlinguer
Se li confrontiamo con quelli che vanno allo stadio, in sala giochi e in discoteca, i ragazzi che preferiscono la biblioteca son davvero pochi. Ma cosa si può fare? Il ministro Berlinguer ha convocato in televisione un gruppo di studenti della secondaria superiore per discuterne. Uno gli ha obiettato: I giornali non si leggono perché parlano difficile, per esempio scrivono “referendum”. Io so quel che vuol dire, ma i miei amici non sanno il latino. Come fanno a capire i giornali?
Di Pietro, Segni e compagni ci hanno pensato? La Cassazione potrebbe osservare che le firme per il referendum di chi non sa il latino non valgono, perché non sapeva per che cosa si firmava. Ma la Cassazione ha certo un dizionario e sa che referendum è parola italiana, come memorandum o armonium. O factotum, e album, e plenum, e una tantum. E Berlinguer avrebbe potuto rispondere: i giornali usano il linguaggio medio della gente, che va da quello degli accademici e dei premi Nobel a quello dei lavoratori sindacalizzati; gli studenti sono compresi certo fra gli uni e gli altri. Se non capiscono, si adeguino. Se almeno quelli in età di voto non sanno che cosa vuol dire referendum o una tantum, come diamine fanno a votare? Non ha risposto così perché sapeva che non serve. Sa che se gli studenti avessero interesse a leggere i giornali non si farebbero fermare dalle parole difficili; ma i giornali non li interessano. E i libri neppure.
Libri, giornali e genitori
Se ci interessiamo a qualcosa, quasi sempre è perché qualcuno ce l’ ha fatta provare. Se da piccoli ci hanno portato allo stadio, ci andiamo ancora. Da piccoli abbiamo imparato a mangiare gli spaghetti e non ne facciamo più a meno. Se da piccoli eravamo inglesi, da inglesi grandi ci piacerebbe il pudding, se eravamo tedeschi, ci piacerebbero i crauti, se eravamo pigmei africani, ci piacerebbero le locuste fritte. Se da piccoli in famiglia si leggevano libri e giornali, li avremmo letti anche noi, ed oggi ci piacerebbero. Berlinguer non doveva chiamare in televisione gli studenti, ma i genitori. Doveva domandare: quanti giornali portate a casa ogni giorno? quanti libri avete in biblioteca?
La scuola del leggere……
E’ vero che per leggere c’è la scuola. Ma i libri scolastici sono un tormento: gli studenti li leggono saltando le parole sconosciute, li sottolineano ben bene, e li imparano a memoria pur di levarseli di torno. Li considerano un incomodo scolastico da scaricare appena possibile sui mercatini dell’usato.
Se domandate a un ragazzo a che cosa serve leggere, magari non vi risponde. Gli serve per le insegne dei negozi, dei manifesti dei Posse e di “Gallo cedrone”, e al massimo per i fumetti e le cronache sportive. E naturalmente serve a far politica.
…..e dello scrivere
D’altra parte chi si preoccupa perché i ragazzi non leggono ha mai pensato a quanti sono quelli che non scrivono?
Si legge almeno sulle cantonate, alcune volte al giorno, ma si scrive soltanto qualche volta all’anno: meglio il telefono, assai più indulgente con ortografia e sintassi. E anche scrivere è necessario solo se si fa politica.
Un “sistema” che funziona
Il nostro mondo, insomma, è fatto di una élite che legge, scrive, fa politica e governa, e di una massa che gira fra stadi, cinema e tv, sale da gioco e discoteche, legge fumetti e si lascia governare. Sembra tutto un sistema programmato, e forse lo è. Se lo è, fra l’altro nessuno se ne accorge. Anche se qualcuno ne scrive, come qui, lo scritto va soltanto a chi legge o scrive già. Nella massa che gira fra stadi, cine, tv, sale gioco, discoteche e magari crociere a Honolulu, nessuno leggerà mai. Se è un sistema, funziona.


Statale/Privato: la parità col trucco

da  Il Centro del 26 novembre 1998  (autore Raffaele Laporta)

La famiglia e la scuola
L’idea della famiglia educatrice e’ tanto naturale, addirittura proverbiale, da essere passata senza discussioni dal proverbio alla Costituzione. In qual modo essa educhi, poi, e’ affar suo. Incontro qualche mattina a un crocevia un padre di famiglia che accompagnando il figlio a scuola gli insegna a passar con il semaforo rosso quando non passano automobili e non ci sono vigili. Cosi’ la scuola che in sede di educazione civica insegna a rispettare i semafori, agli occhi del bambino da’ senza saperlo un’altra lezione: io devo insegnarti che i semafori vanno rispettati, ma tu fa come ti dicono tuo padre e tua madre (e gli insegnanti a casa loro, in veste di madri e di padri).
La scuola deve insegnare educazione civica, e percio’ il rispetto della legge, la famiglia coltiva sovente un proverbio di antica saggezza: fatta la legge, trovato l’inganno. In generale un principio di educazione civica all’italiana sembra questo: le leggi devono esserci nel nostro, come in ogni paese civile, ma la famiglia, che e’ piu’ antica e piu’ saggia delle leggi, ti insegna come farne a meno.

La politica , le leggi e il Quirinale
E’ questo il principio che vale anche in sede politica, nei riguardi della legge fondamentale dello Stato. Per esempio, quella legge, la Costituzione, ha dettato una norma di buonsenso per cui ogni altra legge che comporti una spesa per lo Stato deve avere copertura finanziaria nel bilancio statale. Altrimenti il bilancio dello Stato va in passivo. Ma nel nostro mondo politico c’e’ chi ha saputo far leggi che hanno contribuito a creare nei conti dello Stato piu’ di due milioni di miliardi di passivo. Come ci sono riusciti? Passando col rosso: forse il vigile al Quirinale non guardava.
Cosi’ oggi tre quarti del mondo politico si stanno dando da fare per scavalcare la norma della Costituzione che vieta allo Stato di finanziare la scuola privata. E’ un’impresa un po’ piu’ difficile perche’ l’altro quarto del mondo politico fa la guardia asserragliato intorno al semaforo rosso dell’articolo 33 della Costituzione. Ma gli altri sono impegnati a fondo nel trovare l’inganno giusto.

Costituzione , scuole private e finanziamento
La Costituzione dice che i privati possono “..istituire scuole, senza oneri per lo Stato”, i soldi alle scuole private direttamente non si possono dare; questo e’ un fatto. E allora? C’e’ chi suggerisce di cambiar qualifica alle scuole private, di chiamarle pubbliche. “Pubblico” non vuol dir proprio “statale”, ma quasi. Cosi’ potremmo “quasi” finanziarle. C’e’ chi preferisce dar soldi non alle scuole, ma alle famiglie dei loro alunni, o addirittura agli alunni stessi, perche’ gli alunni sono tutti eguali, figli di mamma, pubblici e privati: cosi’ famiglie o alunni li portano alle scuole e chi nello Stato controlla il semaforo dell’articolo 33, non si accorge di nulla. Non potra’ nemmeno lagnarsi se nelle scuole i cui alunni sono finanziati dallo Stato, alcuni insegnanti possono insegnarci e altri no: gli alunni sono tutti eguali, gli insegnanti no.
C’e’ poi chi propone di non dar niente alle famiglie, ma di farle risparmiare sulle tasse. Con questo marchingegno le famiglie potranno addirittura andare a pagare le scuole private di tasca loro, sotto gli occhi di tutti, mentre nessuno le vedra’ quando nella dichiarazione dei redditi si rimborseranno a spese dello Stato.

Il trucco
E infine c’e’ chi prende di petto la Costituzione, perche’ essa dice che le scuole private non possono essere istituite a spese dello Stato, ma non dice che non possono essere gestite a spese sue. Capito? Il privato apre la scuola oggi a proprie spese; da domani poi la deve pagare lo Stato, nei secoli dei secoli.
Insomma, nessuno pensa di salvare la Costituzione: pensano solo a trovare un trucco tale che i cittadini che credono in essa non si accorgano di niente. Eppure, sarebbe possibile risolvere la situazione senza trucchi.

La soluzione corretta
Puo’ darsi che le famiglie interessate abbiano ragione, e che la gente sia disposta a riconoscerlo. Ma la gente dovrebbe poterlo dichiarare formalmente, assieme al Parlamento, cambiando la Costituzione, invece di prenderla in giro. La Costituzione puo’ essere cambiata con mezzi costituzionali. La via per farlo e’ piu’ lunga, ma risponde a principi di onesta’ politica e civile; la via dei trucchi invece non e’ costituzionale, e’ all’italiana. Quei tre quarti di politici che la scelgono non vogliono far aspettare le famiglie. Invocano la loro liberta’ (della liberta’ dei figli nessuno si occupa: quelli non votano). Contano sulla gratitudine delle famiglie, e stimano che la maggioranza delle famiglie sia fatta di quelle che educano i figli a passar col rosso. Calcolo sacrosanto: siamo in democrazia.